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Rivista Impronte

Il segreto del riccio

immagine Merini Giannino

- Salve dottore, oggi non avevo proprio voglia di venire. Sente che caldo?! Non si riesce neanche a respirare. Fortuna che qui c’è un ventilatore, almeno circola un po’ d’aria. Ma lei non sente questo caldo?
Il paziente si sdraia sul lettino.
- Beh, sì lo sento anch’io. Ma è sicuro che è solo per il caldo che non aveva voglia di venire.
- Certo dottore; quando fa molto caldo mi capita di non avere voglia di fare e di dire nulla. (Pausa). Ma perché lei mi fa sempre domande così… mm, non saprei, mi verrebbe da dire così dirette, mettendo in discussione ciò che le dico. Non si fida. Se le ho detto che non mi andava di venire per il caldo, perché dubita? E’ sempre così, ma da sempre. Mio padre, mia madre, mia sorella, i miei amici, la mia ragazza; tutti coloro che mi circondano non si accontentano mai di ciò che dico loro. E questo mi fa incazzare, e non poco. Lei lo capisce vero?
- Sì, lo capisco. Certo è strano che tutti quelli che la circondano non si accontentino di ciò che dice.
- E chi lo sa dottore. Io non li capisco mica. Però spero che lei lo faccia. Perché è talmente snervante essere sottoposto a una serie di domande sempre più specifiche, sempre più precise, sempre più dirette su ciò che penso, su ciò che provo, per non parlare poi delle domande che presuppongono un lasso di tempo lunghissimo, tipo la mia ragazza che mi chiede se resteremo sempre insieme. Odio tutto questo, mi verrebbe da dirle: “Scusa, ma se non saprei nemmeno dirti cosa farò domani, se avrò voglia ancora di stare insieme a te”. Perché, dottore, mi ha stufato, basta, ho deciso di lasciarla. Sono una persona che non ha voglia di dare spiegazioni, anche se per il lavoro che faccio non è semplice; infatti quando c’è la presentazione in qualche galleria di una nuova serie di dipinti faccio in modo, all’ultimo momento, di non presentarmi, così i galleristi non possono rimandare l’evento e io sono riuscito a evadere da tutte quelle domande indiscrete sul perché ho ritratto questo, sul perché ho preferito un colore piuttosto che un altro, su quanto di mio c’è sulla tela. Sa dottore, io vivo alla giornata, mi va di fare o dire una cosa, la faccio.
(Breve pausa di silenzio)
- La parola chiave di quello che ha appena detto mi sembra che sia “evadere”. Forse gli altri la pressano con le domande perché la sentono “evasivo”. Anch’io a volte ho l’impressione che lei sia “evasivo”.
(Breve silenzio)
- Mm, è solo che…, mm, non vorrei che…, non lo so.
(Breve silenzio)
- Non vorrebbe che…
- Niente, mentre lei parlava mi è venuto in mente una cosa, ma non so se è attinente con ciò che stiamo dicendo.
- Qui prendiamo in considerazione tutto quello che le passa per la mente.
- Niente di che. Mi sono ricordato un sogno. Ero a cena a Polignano a Mare con la mia ragazza e altre coppie di amici in un ristorante bellissimo che affacciava sul mare, un ristorante incastonato tra le rocce di una grotta a picco sul mare, e si parlava a turno di qualcosa di personale, di intimo, ognuno portava qualcosa, quando toccava a me arrivano i piatti del primo, linguine ai ricci di mare. Non ho mai mangiato i ricci di mare e non vedevo l’ora che arrivassero. Tutti mi dicevano che mi sarei innamorato di questo piatto. Mentre mi accingo a prendere il primo riccio mi accorgo con molta delusione che i ricci nel mio piatto sono tutti senza il caviale, vuoti. A questo punto il sogno finisce e mi alzo dal letto grondando sudore. Non so dottore perché mi è venuto in mente.
(Breve silenzio)
- Così nel sogno non ha detto qualcosa di intimo. Arrivano i ricci proprio quando tocca a lei rivelare qualcosa di personale… e per di più sono vuoti. Che ne pensa?
- Non saprei cosa dirle. (Silenzio) Quando ero piccolo ricordo che il mio sogno era di diventare un pirata, un pirata buono, alla ricerca di terre sconosciute, di isole inesplorate, ma ricordo anche quel senso di angoscia che mi prendeva dentro, come una morsa allo stomaco che stringeva sempre di più, all’idea di non riuscire mai a scoprire niente di nuovo, di non riuscire a poggiare il piede su un’isola vergine, colma di vegetazione selvatica, di animali sconosciuti, scoprire tesori e rovine nascoste. (Pausa) Intorno ai 10-12 anni, per volere dei miei genitori, sono diventato uno scout, e tra i tanti giochi che si facevano c’era anche la caccia al tesoro; dottore, mi crede che non ho mai vinto, non sono mai riuscito a scovare ciò che era nascosto, come se gli indizi mi portassero da tutt’altra parte, neanche una volta.
(Lunga pausa, inizia a piangere).
- Scusi, è solo che non riesco a trattenere.
- Non si preoccupi, il pianto è l’unico indizio vero che abbiamo. Anch’io non riesco a trovare il suo “tesoro”, perché lei è molto bravo a tenerlo nascosto. Cosa cerca di trattenere?
- Credo che lei abbia colto il punto. Non c’è nessun tesoro da scoprire, nessuna intimità, nessun segreto nascosto, non c’è niente. Solo un guscio spinoso che racchiude il vuoto, il nulla di una vita vacua, effimera, insignificante, priva di una qualche struttura intrinsecamente fondante me e chi mi circonda. Mi sento come se avessi sbagliato tutto nella vita. Forse l’unica cosa giusta è proprio questa, lo stare qui. Lei mi aiuterà, dottore, a dare una qualche consistenza, a riempire questo vuoto?
- Io l’aiuterò a trovare il caviale che lei toglie – forse inconsapevolmente – dai suoi ricci e che nasconde da qualche parte, come fosse un tesoro segreto. Lei non è vuoto. Piuttosto nasconde qualcosa che ha un estremo valore. Forse teme che vederlo e farlo vedere sia pericoloso per la sua esistenza, la sua esistenza psichica. Sono quasi sicuro che è da lì che nascono i suoi dipinti.
- Lo spero tanto.
(Lungo silenzio)
- A cosa sta pensando?
- Mi sta chiedendo a cosa sto pensando? Difficile darle una risposta. Sarebbe più facile dirle a cosa non sto pensando. (Pausa) Si stanno accavallando una serie di sensazioni, fisiche. Forse è il caldo, ma ho una forte pressione qui, al collo; ho i muscoli facciali che sembrano irrigiditi, tirati e mi sta salendo un forte mal di testa, come se ricordi, immagini più che altro, mi stessero assalendo, ritorcendo contro, si stessero svegliando da un lungo letargo, mi verrebbe da dire.
- Immagini?
- Sì dottore, immagini. Immagini che credevo di aver cancellato per sempre dalla mia memoria. Ma la sensazione che sto provando ora, beh questa la conosco bene, è la stessa che provo ogni qual volta inizio a dipingere, a gettare pennellate dopo pennellate di colore vivo, deciso, acceso, quasi infuocato; un fuoco che viene da dentro, da questi ricordi suppongo, che rigetto via e che spalmo sulla tela. In questo momento dipingerei miliardi di tele. Questa sensazione sembra amplificata, è più forte rispetto alle altre volte. (Pausa) Dottore scapperei a dipingere, ma ho il terrore che uscendo di qui mi frammenterei in mille pezzi.
- Può provare a descrivere una di queste immagini?
- Urla, grida, lamenti. Io e mia sorella molto piccoli. Io che le copro le orecchie, (silenzio, piange). Scusi, è solo che non riesco a trattenere.
- Non si preoccupi. E’ meglio che non si trattenga.
- Le coprivo le orecchie, ma non credo servisse a coprire la sua voce. Quella voce; irriconoscibile, rotta, frantumata. Arrivati a un certo punto dovevamo essere anche molto abili. Dovevamo fuggire. Non farci prendere. Sono sicuro: ci avrebbe ucciso!"
(Silenzio)
- Di chi è quella voce?
- Mio padre non capiva, come suo solito, non comprese mai, troppo impegnato con il suo lavoro. Ci abbandonò non appena ebbe occasione, ne perdemmo le tracce. Del resto come biasimarlo. Io ero diventato più grande avevo 15, forse 16 anni. (Pausa) Quella voce, la sento ancora nei miei pensieri, nei miei sogni, quando sono solo e allora dipingo. Sento i brividi sulla pelle. Ero rimasto solo in casa."
(Silenzio)
- Era rimasto solo in casa e…
- E quella voce continuò, lei continuò. Fino a quando non decise di abbandonarci anche lei. Io e mia sorella tornammo da scuola e trovammo tanto di quel sangue che...dottore è difficile spiegare... (Riprende fiato e con voce sottile prosegue) era mia madre distesa senza più conoscenza, senza più vita. (Resta in silenzio)"
- Cosa ha provato in quel momento? Ce la fa a dirmelo?
(Il paziente resta in silenzio, immobile, rigido sul lettino, grondando sudore)
- Immagino quanto sia difficile rivivere quei momenti. Ora capisco perché dentro di sé cerca di fare il vuoto.
- Un vuoto che è fatto anche di menzogne e vergogna. Tanta vergogna. Non ho mai detto nulla di tutto ciò a nessuno. Mia sorella ora è in un centro di cura per malati mentali. Io a volte vado a trovarla. Non può capire quante storie costruite sulla mia infanzia, sui miei genitori, su mia madre. Una famiglia perfetta mi dicono. Prima mi chiedevano spesso di venire a casa e conoscere i miei, dicevo “troppo impegnati con il lavoro” e invece tornavo a casa e non c'era nessuno ad aspettarmi. Una casa vuota.
(Silenzio)
- Non credo, dottore, che sia una storia bella da ascoltare, o meglio, da raccontare.
- No, non è una bella storia, ma è meglio raccontarla che tenersela per sé. Meglio sentire il dolore che sentirsi un riccio vuoto. Ha cercato di tenerla nascosta anche qui e io sentivo che c’era qualcosa di falso nel suo modo di comunicare con me… qualcosa che non mi convinceva.
(Silenzio)
- Il nostro tempo sarebbe finito. Se la sente di chiudere qui per oggi?
- Sì, grazie.
Terapeuta e paziente si alzano e vanno verso la porta.
- Buona serata.
- Anche a lei.
Il paziente esce. Il terapeuta chiude la porta e passando davanti alla finestra si sofferma a guardare il paziente che cammina lento giù per la strada.




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